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La Palestina prima del sionismo e dello Stato di Israele

La Città vecchia di Gaza ritratta da Henry Baker Tristram nel 1870 a partire da una fotografia di Francis Frith del 1857

Pubblicazioni in rilievo

Il nuovo povero sta sulle scale di casa quando esci, lo trovi con il bicchiere di carta in mano fuori dal ristorante […] o sta gettato sul marciapiede […] lungo la strada che percorri per raggiungere il teatro.

L’autrice Elisabetta Grande analizza nel suo saggio la povertà negli Stati Uniti, evidenziando come i poveri, considerati dall’opinione pubblica degli sfaticati incapaci di trovare lavoro, siano non solo esclusi dal sistema di welfare statunitense ma, nei casi di povertà estrema, addirittura criminalizzati. Homeless, barboni, mendicanti subiscono continuamente la pressione del diritto, che nei vari Stati punisce con pene anche carcerarie chiunque si ritrovi, suo malgrado, a vivere e sopravvivere in strada senza una casa. La povertà americana, come quella di tanti altri luoghi nel mondo, non ha nulla di naturale, non è cioè il risultato di eventi estranei all’agire umano (catastrofi naturali, eventi climatici imprevedibili, o quant’altro). È una povertà artificiale, frutto delle scelte politiche e dell’intreccio fra mercato e diritto.

Per leggere l’America dopo la «fine del secolo americano», occorre tracciare le linee dell’evoluzione interna che hanno portato alla situazione attuale: dalle insorgenze sociali e la «crisi generale» degli anni Sessanta e Settanta alla svolta reazionaria veicolata dalla deindustrializzazione e la globalizzazione neoliberista. Una svolta in atto da oltre quarant’anni, iniziata sotto la presidenza Reagan negli anni Ottanta, che non ha mai smesso di rendere i ricchi più ricchi, i poveri più poveri e ridotto i ranghi della middle class. Occorre, dunque, capire che se il lavoro è cambiato con esso sono cambiate le geografie delle città: dalla Silicon Valley a San Francisco, da Manhattan a Seattle, le «classi creative» convivono con le degradate Detroit, Flint, Akron e Youngstown. Dei nuclei urbani protagonisti dell’American Century ciò che resta sono le rovine, tra le quali la fatica di resistere porta a riformare tessuti solidali e nuove esperienze di comunità di base.

 

Centro Studi Raniero Panzieri