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Marco Vanzulli, Epoca

Fin dai primi giorni dell’allarme provocato dalla pandemia da covid-19, nel 2020, sul finire dell’inverno, all’improvviso divenne comune l’espres­sione «al tempo del coronavirus» o «l’epoca del coronavirus». Si riteneva, infatti, che certamente una nuova figura epocale andasse già profilandosi. Un fenomeno curioso, per niente banale, nonostante le sue espressioni siano spesso semplificate nei media, è che l’ansia che spingeva a domandarsi sull’epoca nuova che si annunciava, cioè sull’epoca che sarebbe venuta dopo la pandemia, è stata tanto più irresistibile quanto più il fenomeno era incipiente. Su questo fenomeno, il senso di epocalità riacceso dalla pandemia, la temporalità vissuta, che resta alla nostra contemporaneità, si vuole interrogare questo volumetto, che al tempo stesso intende costituire una critica di questo uso della nozione di epoca. Ciò che ha colpito chi scrive e che è all’origine della presente riflessione è stata proprio l’ansia, la fretta delle previsioni di descrivere un mondo post-covid-19, più ancora delle diverse forme prese da queste descrizioni, più ancora della loro giustezza o della loro inevitabile parzialità e unilateralità. Si tratta di una riflessione di difficile accesso per uomini che si percepiscono sempre posteriori al proprio tempo, uomini che si sono negativamente pensati come post-moderni, post-industriali, post-ideologici ecc. Sorge il dubbio che si possa ritrovare nel nostro passato un’alternativa storica mai realizzata, mai riuscita, che continua a rendere vuoto e scuro, spettrale quell’oltre che la modernità aveva promesso. Questo testo cercherà di esplicitare, di riempire del contenuto che la storia gli ha già dato quel vuoto e quell’oltre che ancora ci perseguita, e di dargli un nome.

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